Author: Gruppo di lavoro sul Progetto Palla al Centro presso l’Istituto penale per i minorenni Cesare Beccaria di Milano
Committee: High School Committee
Date: 29/04/2026
Le parole del Procuratore di Napoli Nicola Gratteri, intervenuto a Roma durante il convegno dedicato al disagio giovanile, risuonano come un allarme che non può essere ignorato: “Le carceri minorili sono piene di analfabeti… Questo è il dramma.” Non si tratta solo di una denuncia, ma di una chiamata alla responsabilità collettiva. L’analfabetismo, in questi contesti, non è semplicemente una mancanza di competenze linguistiche: è una condizione che chiude possibilità, limita il pensiero critico e rende più difficile immaginare un futuro diverso.
Eppure, proprio dentro questo scenario complesso, emergono esperienze capaci di dare una risposta concreta e credibile. Tra queste, il progetto attivo presso l’Istituto penale minorile Cesare Beccaria di Milano rappresenta un esempio significativo di come sia possibile trasformare un problema strutturale in un’opportunità educativa e umana.
Il cuore dell’iniziativa è una sinergia virtuosa tra il mondo accademico e il terzo settore: da un lato l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, con il suo Centro di eccellenza Jean Monnet, dall’altro la Fondazione Francesca Rava, da anni impegnata nel progetto “Palla al Centro”.
Questa collaborazione non è un dettaglio organizzativo, ma il vero motore del cambiamento. Come sottolineato implicitamente anche da Gratteri, la qualità e la professionalità degli interventi sono elementi decisivi: non bastano buone intenzioni, servono competenze educative, pedagogiche e culturali solide. Ed è proprio su questo terreno che il progetto si distingue.
Docenti esperti, professionisti della formazione e studenti universitari lavorano insieme per costruire percorsi strutturati, capaci di incidere realmente sul livello di alfabetizzazione e, più in generale, sulla crescita personale dei giovani detenuti.
Il progetto parte da un presupposto semplice ma potente: l’alfabetizzazione non si costruisce solo sui banchi, ma attraverso relazioni significative.
Come emerge chiaramente dal progetto, il coinvolgimento diretto degli studenti universitari crea un dialogo tra pari che rompe barriere e stereotipi. Non più “detenuti” e “studenti”, ma giovani che si incontrano, si ascoltano e si riconoscono.
Questo approccio si traduce in una serie di laboratori e attività che uniscono cultura ed esperienza.
In tutte queste attività, la lingua diventa uno strumento vivo, non un esercizio astratto. È così che si combatte davvero l’analfabetismo: restituendo valore alla parola e alla capacità di esprimersi.
Uno degli aspetti più rilevanti del progetto è proprio quello evidenziato da Gratteri: la necessità di interventi qualificati.
Le attività non sono improvvisate, ma progettate e coordinate da docenti con esperienza diretta anche in contesti carcerari, affiancati da un’équipe preparata sia sul piano culturale sia su quello educativo. Questo garantisce sia la coerenza nei percorsi formativi e la continuità educativa, sia la capacità di adattare i contenuti ai bisogni reali dei ragazzi
È questa professionalità a dare credibilità all’intervento e a renderlo realmente efficace nel migliorare la vita culturale all’interno del carcere.
Uno degli obiettivi più profondi del progetto è aiutare i giovani detenuti a immaginare un futuro diverso.
Attraverso l’incontro con l’università e con studenti che rappresentano un possibile percorso di vita alternativo, si apre una “finestra sul mondo”. Non si tratta solo di apprendere nozioni, ma di comprendere quali opportunità esistono fuori dal carcere, come orientare le proprie scelte, quale ruolo può avere la formazione nel costruire una nuova identità
In questo senso, il progetto diventa un vero e proprio ponte tra dentro e fuori, tra presente e futuro.
Tutta questa esperienza trova una sintesi nell’e-book “Oltre le sbarre. Incontri che aprono mondi”, pubblicato sul sito www.steppo- eulaw.com.
Il titolo non è solo evocativo: descrive esattamente ciò che accade in questo progetto. Gli incontri – tra detenuti, studenti, docenti – diventano occasioni di apertura, momenti in cui si supera la dimensione chiusa del carcere per accedere a nuove prospettive.
Raccontare queste esperienze è fondamentale, perché significa dare visibilità a modelli efficaci, contrastare narrazioni esclusivamente negative sul carcere minorile, offrire spunti replicabili in altri contesti
Le parole di Gratteri indicano un problema strutturale. Progetti come quello del Beccaria dimostrano che una risposta è possibile, a patto che si fondi su tre pilastri: la professionalità educativa, la collaborazione tra istituzioni e terzo settore e la centralità della relazione umana.
Non è un percorso semplice né immediato. Ma è proprio da queste esperienze che può nascere un cambiamento reale: non solo nel livello di alfabetizzazione, ma nella capacità dei giovani detenuti di riscrivere la propria storia.
Perché, come suggerisce il titolo dell’e-book, andare oltre le sbarre significa prima di tutto aprire mondi – dentro le persone, prima ancora che fuori.