Author: Pietro Nacci
Committee: EPPO & Fondi per Coesione Sociale Committee
Date: 21/03/2026
Nel panorama finanziario contemporaneo assistiamo a un paradosso narrativo costante: da un lato Bitcoin viene dipinto come il “Far West” della criminalità; dall’altro l’oro continua a godere di un’aura quasi immacolata di bene rifugio.
Eppure, le recenti indagini coordinate dall’EPPO e le attività di monitoraggio sui fondi europei per la coesione sociale mostrano una realtà più complessa e meno ideologica: il metallo prezioso continua a occupare un ruolo centrale nei meccanismi tradizionali di riciclaggio internazionale. Questa evidenza trova riscontro nelle relazioni annuali dell’EPPO, dove il sequestro di beni fisici come l’oro emerge spesso come l’anello finale di “exit” dalle frodi IVA carosello, un punto su cui la traccia documentale si interrompe bruscamente.
Il problema non è lo strumento in sé, ma l’uso che se ne fa. Tuttavia, la percezione pubblica e politica sembra applicare criteri differenti a seconda che si tratti di innovazione tecnologica o di asset storicamente consolidati. Mentre il legislatore europeo ha cristallizzato la natura del Bitcoin già con la storica sentenza “Skatteverket v Hedqvist” della Corte di Giustizia UE, definendolo un mezzo di pagamento e non un bene tangibile, la normativa antiriciclaggio ha faticato a riconoscere che proprio questa natura immateriale è la sua più grande vulnerabilità per il crimine.
Nonostante persista lo stigma che vede nel Bitcoin la “valuta del crimine” prediletta dalle mafie, i dati e la ricerca giuridica più recente suggeriscono una realtà diametralmente opposta. Secondo i rapporti di enti come Elliptic e la Foundation for Defense of Democracies, le operazioni illecite rappresentano una quota marginale del volume complessivo delle transazioni, attestandosi intorno all’1%.
Una prospettiva particolarmente interessante emerge dal lavoro di Gaspare Jucan Sicignano, ricercatore presso l’Università Suor Orsola Benincasa, che nel volume “Bitcoin e riciclaggio, Giappichelli, 2019” sostiene come la tecnologia blockchain non solo non favorisca l’illecito, ma possa addirittura rappresentare uno strumento di contrasto.
Il fulcro del ragionamento risiede nella natura stessa della blockchain: un registro distribuito, pubblico e immutabile. Le critiche ricorrenti verso Bitcoin si concentrano su tre pilastri: lo pseudonimato, l’assenza di un controllo centrale e la volatilità.
Per quanto riguarda il primo punto, esiste spesso l’errata percezione che le transazioni siano “invisibili”; in realtà, la blockchain agisce come un registro permanente e consultabile, dove ogni movimento è tracciato per sempre. Questo concetto di “trasparenza forzata” è stato recentemente rafforzato dal Regolamento (UE) 2023/1113 (cosiddetta “Travel Rule”), che impone ai prestatori di servizi di trasmettere le informazioni sul mittente e sul destinatario per ogni singola transazione. In ambito forense, ciò trasforma Bitcoin in un testimone digitale incorruttibile, a differenza dei mercati dell’oro dove lo scambio “over-the counter” può ancora sfuggire alle maglie della Direttiva Antiriciclaggio.
Come osserva Sicignano, l’intuizione di Giovanni Falcone, “Segui il denaro”, trova nel Bitcoin una sua inedita espressione tecnologica: una volta che un indirizzo digitale venga collegato a un’identità reale attraverso tecniche di digital forensics, l’intera storia finanziaria del soggetto diventa ricostruibile in modo analitico e retroattivo.
“L’utilizzo dei Bitcoin per scopi illeciti è oggi perfino più rischioso dei trasferimenti bancari tradizionali”, osserva Sicignano, richiamando studi del Politecnico di Milano. Ogni transazione
rimane infatti registrata in un database globale, incorruttibile e consultabile a costo zero, rendendo Bitcoin una delle monete più tracciabili mai esistite.
Parallelamente, la natura decentralizzata di Bitcoin impedisce interventi diretti di blocco o censura, tipici del sistema bancario tradizionale. Se da un lato questa autonomia genera timori regolatori, dall’altro non deve essere confusa con un’intrinseca opacità del sistema: l’assenza di un’autorità centrale non equivale all’assenza di tracciabilità. Anzi, la giurisprudenza europea sta confermando la legittimità dei sequestri di “chiavi private” come equivalente informatico del sequestro di beni mobili. In merito al terzo punto, la forte volatilità dei prezzi viene spesso utilizzata per delegittimare Bitcoin come riserva di valore; tuttavia, è bene distinguere tra una dinamica puramente finanziaria e un presunto elemento criminogeno. L’oscillazione del mercato non implica di per sé un uso illecito dello strumento.
Inoltre, il confronto tra oro e Bitcoin rivela un paradosso affascinante. L’oro gode di un indiscusso vantaggio culturale grazie alla sua natura antica, tangibile e storicamente accettata. Tuttavia, dal punto di vista della tracciabilità, presenta vulnerabilità strutturali che Bitcoin non possiede.
L’oro può essere fuso e privato di qualsiasi marchio identificativo, rendendo impossibile risalire alla sua origine. Non esiste un registro pubblico globale che ne annoti i passaggi di proprietà: può essere trasportato fisicamente oltre confine o occultato senza lasciare impronte digitali. Una volta trasformato o rifuso, diventa un bene sostanzialmente anonimo.
Se la blockchain costituisce una memoria permanente, l’oro fisico rappresenta, sotto il profilo investigativo, un vero e proprio “ghost asset”. Sotto questo profilo, mentre il Regolamento MiCA (Markets in Crypto-Assets) sta portando l’intero ecosistema digitale sotto una vigilanza armonizzata in tutta l’UE, il commercio dell’oro fisico rimane frammentato in normative nazionali che spesso non comunicano tra loro, lasciando varchi operativi per il “money laundering” transfrontaliero.
Nel momento in cui i proventi di frodi ai danni dei fondi europei devono essere riciclati, emergono differenze operative rilevanti. Bitcoin, transitando attraverso exchange regolamentati e procedure KYC, può essere tracciato retroattivamente grazie alla trasparenza della blockchain, come dimostrato da numerosi sequestri internazionali. L’oro fisico, invece, può essere detenuto offline, fuso, redistribuito e reimmesso sul mercato senza lasciare una scia documentale permanente.
Ciò non significa che il Bitcoin sia immune da utilizzi illeciti, ma evidenzia come la sua architettura tecnica sia paradossalmente più compatibile con i moderni strumenti investigativi rispetto ad asset fisici intrinsecamente anonimi.
Le organizzazioni criminali operano una distinzione strategica tra strumenti di trasferimento rapido e strumenti di conservazione patrimoniale.
Bitcoin viene impiegato prevalentemente per la velocità dei trasferimenti transnazionali, per pagamenti digitali nel dark web e in ambiti di cybercrime. Tuttavia, quando l’obiettivo è la protezione di grandi capitali nel lungo periodo, oro e immobili rimangono asset predominanti, grazie alla stabilità storica e all’anonimato fisico.
In questo senso, la combinazione tra volatilità e tracciabilità permanente rende Bitcoin, allo stato attuale, meno funzionale come “cassaforte generazionale” per le mafie tradizionali.
L’intento di questa analisi non è una difesa ideologica delle criptovalute, bensì la promozione di coerenza nelle politiche pubbliche.
Per proteggere efficacemente i fondi destinati alla coesione sociale dalle infiltrazioni della criminalità organizzata, è indispensabile adottare una strategia multidimensionale che integri innovazione tecnologica e vigilanza tradizionale. Questo approccio richiede un rafforzamento della cooperazione investigativa digitale e il potenziamento delle capacità di blockchain analysis, affiancati da un
monitoraggio altrettanto rigoroso dei mercati fisici dell’oro. L’obiettivo finale deve essere la piena armonizzazione dei sistemi di controllo sugli asset digitali e su quelli tradizionali, garantendo una difesa uniforme contro ogni tentativo di distrazione o riciclaggio delle risorse pubbliche.
Come suggerisce Sicignano, la vera innovazione non è l’anonimato, ma la tracciabilità permanente: una caratteristica che potrebbe, nel lungo periodo, favorire un ecosistema finanziario più monitorabile rispetto a quello attuale.
Il crimine organizzato non segue ideologie, ma l’efficacia. Utilizza indifferentemente contante, immobili, oro, criptovalute e società cartiere. La tecnologia, di per sé, è neutrale.
La differenza sostanziale risiede nella traccia che ogni asset lascia dietro di sé: mentre Bitcoin genera una mappa indelebile delle transazioni, l’oro spesso lascia solo silenzio.