Author: Michele Monopoli
Committee: Media Committee/High School Committee
Date: 16/01/2026

Ci sono tragedie che non chiedono solo silenzio e raccoglimento, ma pretendono parole responsabili. La vicenda dei giovani morti e feriti nel rogo di Crans Montana, consumatasi nella notte simbolica del Capodanno – tempo di promesse, di rinascita, di futuro – è una di quelle ferite che interrogano la coscienza collettiva. Non è soltanto cronaca nera: è uno specchio crudele nel quale la nostra società è costretta a guardarsi.

Di fronte a quelle vite spezzate o segnate per sempre, torna alla mente il monito di Sofocle: «Non esiste dolore più grande che ricordare i giorni felici nella miseria». Quei ragazzi erano lì per celebrare la vita, e la vita li ha traditi per mano dell’incuria, dell’avidità, dell’assenza di regole rispettate. È in questo spazio di dolore che la cultura della legalità diventa non un concetto astratto, ma un’urgenza educativa.

 

La legalità come tutela della vita

La parola legalità troppo spesso viene percepita dai giovani come una gabbia, un limite alla libertà. Eppure, come ricorda Piero Calamandrei, «la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare». Le norme di sicurezza non sono un inutile orpello burocratico, ma l’aria stessa che consente alla vita di respirare.

Il primo grande tema che la tragedia di Crans Montana riporta alla ribalta è proprio il rispetto delle norme di sicurezza. In una società che idolatra la velocità e il profitto, la sicurezza è spesso vissuta come un fastidio, una perdita di tempo, un ostacolo alla libera espressione dell’economia. Anche nella scuola, luogo deputato alla formazione integrale della persona, le procedure di sicurezza vengono talvolta affrontate con superficialità: adempimenti da sbrigare in fretta, sottraendo tempo alla “vera” didattica, senza mai diventare occasione di riflessione critica e interdisciplinare.

Eppure educare alla sicurezza significa educare alla responsabilità, alla cura dell’altro, al senso del limite. Significa insegnare che la vita umana ha un valore indisponibile, come afferma l’articolo 2 della Costituzione italiana, che tutela i diritti inviolabili dell’uomo e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà. Dove manca questa consapevolezza, le norme diventano carta morta e la tragedia diventa possibile.

 

Il modello culturale del successo senza etica

Il secondo nodo profondo riguarda il modello culturale dominante, che propone ai giovani un’unica idea di successo: arricchirsi, emergere, primeggiare, anche a costo di sacrificare l’incolumità e la dignità della persona. È il trionfo di quello che Erich Fromm chiamava l’avere sull’essere.

La vicenda di Crans Montana dimostra, come ha lucidamente osservato Roberto Saviano, che le carriere imprenditoriali vengono valutate esclusivamente in base al ritorno economico, prescindendo dalla qualità etica dei comportamenti. Le contaminazioni con pratiche ai margini della legalità non rappresentano più un disvalore, purché il profitto scorra. Il dio denaro, per dirla con Marx, diventa un idolo geloso, capace di sacrificare tutto sull’altare del guadagno.

Che messaggio arriva ai nostri adolescenti? Che le regole sono opzionali, che il fine giustifica i mezzi, che la vita altrui può diventare un costo collaterale. È qui che la scuola, la famiglia, le istituzioni educative devono opporre una narrazione alternativa: quella di uno sviluppo che non divora l’uomo, ma lo serve; di un’economia che riconosce limiti etici; di un successo che non si misura sul conto in banca, ma sulla capacità di generare bene comune.

 

Istituzioni deboli, cittadini più soli

Il terzo tema, forse il più inquietante, riguarda il rapporto tra cittadini e istituzioni pubbliche. La tragedia di Crans Montana racconta di controlli mancati, di responsabilità evaporate, di uno Stato che non è riuscito a svolgere il suo ruolo di garante dell’interesse collettivo. Quando le istituzioni arretrano, la fiducia si spezza.

Uno Stato percepito come debole o distratto alimenta logiche di forza, di sopraffazione, di paura. Come ammoniva Norberto Bobbio, «la democrazia vive di regole, e muore quando le regole non sono rispettate o fatte rispettare». In questo vuoto si inseriscono con facilità le organizzazioni criminali, che surrogano le funzioni pubbliche attraverso l’intimidazione e il malaffare, offrendo false certezze là dove lo Stato abdica.

Educare i giovani alla legalità significa anche ricostruire un patto di fiducia tra cittadino e istituzioni, insegnare che lo Stato non è un’entità astratta, ma una comunità di persone responsabili, chiamate a vigilare, a controllare, a prendersi cura della cosa pubblica.

 

Un futuro che nasce dalla memoria

La vicenda di Crans Montana pone in gioco il futuro della nostra convivenza civile. Quei giovani morti o feriti non devono restare numeri, ma diventare memoria viva. Come scriveva Primo Levi, «è avvenuto, quindi può accadere di nuovo». E può accadere di nuovo se non trasformiamo il dolore in consapevolezza.

Diffondere una cultura della legalità tra i nostri adolescenti significa educarli al rispetto delle norme di sicurezza, a un modello di sviluppo fondato sull’etica e alla fiducia nelle istituzioni pubbliche. È un compito lento, quotidiano, faticoso. Ma è l’unico modo per onorare quelle vite spezzate e impedire che altre notti di festa si trasformino, ancora una volta, in notti di lutto.

Perché la legalità, in fondo, non è obbedienza cieca: è un atto d’amore verso la vita.

 

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