Author: Gruppo di lavoro sul Progetto Palla al Centro presso l’Istituto penale per i minorenni Cesare Beccaria d Milano
Committee: High School Committee
Date: 07/03/2026
L’VIII rapporto di Antigone sulla Giustizia Minorile, significativamente intitolato “Io non ti credo più”, restituisce l’immagine di un sistema in profonda trasformazione e, per molti aspetti, in crisi. Il titolo riprende il sentimento diffuso tra i giovani che attraversano il circuito penale: una sfiducia crescente verso un mondo adulto percepito
come più incline alla punizione che all’ascolto.
Il Rapporto, frutto delle visite agli Istituti Penali per i Minorenni (IPM) avviate dal 2008, mette in luce dati che smentiscono la narrazione allarmistica sulla criminalità giovanile e, al tempo stesso, denunciano un progressivo irrigidimento del sistema penale minorile, soprattutto dopo l’entrata in vigore del cosiddetto Decreto Caivano del 2023.
CRIMINALITÀ MINORILE: TRA NARRAZIONE E REALTÀ
I numeri raccontano una storia più complessa di quella veicolata nel dibattito pubblico. L’Italia si colloca tra i Paesi europei con il più basso tasso di denunce a carico di minorenni. Gli omicidi commessi da minori restano sostanzialmente stabili negli ultimi anni.
Tra il 2023 e il 2024 le segnalazioni all’autorità giudiziaria sono aumentate in modo significativo, ma le prese in carico effettive da parte dei servizi sociali sono cresciute in misura molto più contenuta. Questo scarto suggerisce che l’incremento possa essere legato più a una maggiore propensione alla denuncia che a un reale aumento dei reati.
Nel frattempo, aumentano le fragilità sociali: cresce la povertà assoluta tra i minori e risulta quasi raddoppiato l’uso di psicofarmaci nella popolazione pediatrica negli ultimi anni.
IPM SOVRAFFOLLATI E SISTEMA SOTTO PRESSIONE
Per la prima volta nella storia italiana gli IPM hanno conosciuto il sovraffollamento. Le presenze sono cresciute in modo significativo tra il 2022 e il 2025. Colpisce il dato della custodia cautelare: una larga parte dei ragazzi è detenuta senza condanna definitiva.
Sono aumentati anche i trasferimenti tra istituti, pratica che interrompe percorsi educativi e radicamento territoriale. Parallelamente, diminuiscono le risorse per il Dipartimento della Giustizia Minorile e di Comunità, nonostante crescano i giovani in carico ai servizi.
MINORI STRANIERI: EMERGENZA COSTRUITA O VULNERABILITÀ IGNORATA?
Il Rapporto ridimensiona l’allarme sui minori stranieri. I dati mostrano che i reati più gravi sono in maggioranza attribuibili a ragazzi italiani. Tuttavia, i minori stranieri – in particolare non accompagnati – risultano sovrarappresentati nelle misure più restrittive.
La riduzione dei fondi per l’accoglienza e la carenza di posti nel sistema dedicato contribuiscono a creare marginalità e rischio devianza.
IL CARCERE COME RISPOSTA AI REATI DEI PIÙ VULNERABILI
Una parte consistente dei delitti ascritti ai giovani detenuti riguarda reati contro il patrimonio. Il carcere finisce così per colpire soprattutto ragazzi privi di reti familiari e sostegni, più che autori dei reati più gravi.
Si assiste a una progressiva erosione dello spirito originario della giustizia minorile italiana, fondata sul recupero e sulla funzione educativa della pena.
UN’ESPERIENZA DI DIALOGO E RESPONSABILITÀ: IL PROGETTO ALL’IPM BECCARIA
In questo quadro complesso, assume un valore strategico e simbolico il programma di incontri promosso dal Centro di Eccellenza Jean Monnet dell’Università Bicocca di Milano, presso l’Istituto Penale per i Minorenni Cesare Beccaria di Milano, nell’ambito del progetto Palla al Centro di Fondazione Francesca Rava, in corso di attuazione in nove Istituti minorili sul territorio nazionale, grazie a un Protocollo d’Intesa concluso dalla Fondazione con il Dipartimento di Giustizia minorile e di comunità.
Il programma di incontri promosso dal Centro di Eccellenza Jean Monnet ben si inserisce nel progetto della Fondazione, volto a trasferire competenze ai ragazzi detenuti in vista del loro futuro reinserimento sociale e lavorativo e a fornire agli stessi ragazzi corsi educativi e formativi, laboratori di arte e attività sportive per il loro benessere fisico e psicologico, con l’aiuto di centinaia di volontari (aziendali o studenti universitari), che dedicano il loro tempo e la loro attenzione ai minori e giovani adulti detenuti.
Parallelamente, il progetto del Centro di Eccellenza nasce dall’esigenza di promuovere percorsi educativi, formativi e relazionali capaci di favorire la crescita personale e sociale dei giovani detenuti in ambito penitenziario. In un contesto in cui la mancanza di opportunità, il disagio e l’interruzione dei percorsi scolastici e relazionali rappresentano fattori critici, diventa fondamentale offrire spazi protetti in cui i ragazzi possano esprimere le proprie potenzialità, acquisire nuove competenze e riscoprire il valore della collaborazione. Il progetto si fonda su un’intuizione pedagogica potente: il rapporto tra giovani come chiave per far emergere emozioni autentiche e ricostruire fiducia.
Un gruppo di studenti universitari, coordinato da docenti, incontra periodicamente i ragazzi detenuti per confrontarsi su contenuti culturali e sociali specifici:
– Rap e poesia come forme parallele di espressione del dolore e della speranza
– Musica e rap come linguaggio identitario
– Fumetti come strumento di lettura delle emozioni
– Intelligenza artificiale nei programmi di reinserimento sociale
– Giochi di simulazione per comprendere comportamenti coerenti con il rispetto della legalità
IL RAP E LA POESIA: PAROLA CHE LIBERA
La poesia e il rap, pur appartenendo a tradizioni culturali diverse, condividono un legame profondo: entrambi sono forme espressive che nascono dall’esigenza di dare voce a emozioni autentiche, raccontare vissuti personali e trasformare l’esperienza in parole capaci di parlare agli altri. La poesia utilizza il ritmo, la musicalità e l’immagine simbolica per esprimere sentimenti, conflitti interiori e visioni del mondo. Il rap, con la sua struttura metrica, il flow e la forza narrativa, ne rappresenta una forma contemporanea, diretta e immediata, capace di tradurre la complessità in un linguaggio vivo, vicino al parlato e profondamente radicato nella realtà quotidiana. Il nesso tra le due forme si rivela quindi naturale: il rap è, in fondo, poesia performativa, poesia che prende ritmo e diventa voce, battito, corpo. Per i giovani detenuti, questo legame rappresenta un’opportunità straordinaria. Il rap, linguaggio in cui molti di loro si riconoscono spontaneamente, diventa la porta d’ingresso per avvicinarsi alla poesia e alla scrittura creativa.
Il rap, linguaggio diretto e spesso crudo, permette ai giovani detenuti di raccontare marginalità, rabbia, esclusione. Il confronto con la poesia consente di riconoscere continuità culturali: la parola diventa strumento di consapevolezza e non solo di protesta.
Nel dialogo tra coetanei cade la barriera del giudizio: lo studente universitario non è un giudice né un educatore tradizionale, ma un interlocutore. Questo favorisce l’emersione di emozioni profonde che spesso restano sommerse nel contesto detentivo.
MUSICA E RAP COME LINGUAGGIO IDENTITARIO
Il confronto tra la musica rap ascoltata dai giovani detenuti e quella dei cantautori moderni seguiti dagli studenti universitari rivela due mondi espressivi diversi, ma attraversati dallo stesso bisogno umano di raccontarsi. Il rap più duro, quello che molti giovani detenuti scelgono e sentono vicino, nasce spesso da contesti segnati da marginalità, conflitto e sfida. I rapper utilizzati come riferimento descrivono scontri con la società moderna: rabbia verso le istituzioni, senso di esclusione, desiderio di affermazione, esperienze di violenza e sopravvivenza. La loro voce è diretta, cruda, senza filtri, e usa il ritmo incalzante come veicolo per esprimere frustrazioni e rivendicare identità. È una musica che vibra di urgenza e di rivolta, perché nasce per dare spazio a chi sente di non averlo altrove.
FUMETTI ED EMOZIONI: ALFABETIZZAZIONE AFFETTIVA
Il fumetto, con il suo linguaggio visivo e narrativo, aiuta a dare forma alle emozioni difficili da verbalizzare: paura, senso di abbandono, rabbia, vergogna. Attraverso la costruzione di storie e personaggi, i ragazzi possono rileggere la propria esperienza in chiave simbolica.
Temi come la guerra, la marginalità sociale, le migrazioni, l’identità, la precarietà lavorativa, la salute mentale, sono stati affrontati con un’intensità emotiva e una lucidità analitica che raramente si ritrovano nei media tradizionali. Il loro successo editoriale tra i giovani dimostra come il fumetto sia oggi una delle forme più vive di educazione alla cittadinanza critica, anche per chi come i giovani detenuti si trova ad affrontare un percorso rieducativo che parta dalla loro condizione di marginalità sociale e culturale.
INTELLIGENZA ARTIFICIALE E REINSERIMENTO
L’attenzione all’intelligenza artificiale introduce un tema cruciale: il rischio di esclusione digitale dei giovani detenuti. Comprendere le tecnologie emergenti significa offrire strumenti per il futuro, ma anche discutere di etica, responsabilità e nuove competenze.
L’AI, se integrata nei programmi di reinserimento, può supportare orientamento professionale, formazione personalizzata e simulazioni decisionali, aprire una finestra sul futuro, stimolare la curiosità e l’interesse, sviluppare competenze trasversali. Parlare di questi temi permette ai giovani detenuti di lavorare su: pensiero critico (cosa fa un algoritmo? Come decide?), creatività (come si progetta un videogioco? Come si immagina un mondo virtuale?), collaborazione (progettare insieme, discutere dinamiche di gioco), problem solving (capire regole, strategie e meccanismi). Sono competenze preziose sia nella vita quotidiana sia nei percorsi rieducativi.
IL GIOCO DI SIMULAZIONE: IMPARARE LA LEGALITÀ
Attraverso giochi di ruolo e simulazioni, i ragazzi vengono coinvolti in scenari che richiedono scelte responsabili. La legalità non è presentata come imposizione astratta, ma come esito di decisioni concrete che producono conseguenze.
Il gioco di simulazione serve per riflettere anche su responsabilità ed etica, è un tema perfetto per avviare discussioni sull’etica, sulle scelte personali e sul rapporto tra azione e conseguenza. Può aiutarli a: comprendere come le tecnologie riflettano valori e decisioni umane; interrogarsi sull’uso responsabile degli strumenti digitali; sviluppare consapevolezza critica sulle influenze sociali e mediatiche. Questo li coinvolge in un dialogo maturo e significativo.
GIOVANI CHE PARLANO AI GIOVANI: UN METODO TRASFORMATIVO
Il cuore del progetto è la relazione tra pari. In un sistema sempre più orientato alla custodia e meno al recupero, questa esperienza restituisce centralità all’ascolto.
Per i ragazzi detenuti significa sentirsi riconosciuti come persone, non solo come autori di reato, e poter raccontare la propria storia fuori dalla logica del fascicolo giudiziario.
Per gli studenti universitari significa confrontarsi con la realtà concreta della carcerazione minorile, sviluppare consapevolezza critica sulle politiche penali e maturare una responsabilità civica attiva.
Si crea così un doppio percorso educativo: il recupero dei detenuti e la formazione civile degli studenti.
OLTRE LA SFIDUCIA
Se il sentimento dominante tra i giovani detenuti è “Io non ti credo più”, iniziative come quella del Centro di Eccellenza Jean Monnet e della Fondazione Rava rappresentano un tentativo concreto di ricostruire fiducia.
In un tempo di crescente criminalizzazione, investire nel confronto tra giovani non è un gesto simbolico, ma una scelta politica e pedagogica: significa scommettere che il recupero non è un’illusione, ma una responsabilità collettiva.
COMMENTO AL PROGETTO DA PARTE DI UN’EDUCATRICE DELL’ISTITUTO PENITENZIARIO MINORILE CESARE BECCARIA
Ho letto con interesse il vostro blog e mi sono ritrovata in molte delle riflessioni che avete condiviso. Quasi tutte. Perché c’è un punto che, nella mia esperienza, viene prima di ogni intervento educativo.
Prima di ogni progetto, prima di ogni attività, prima di ogni metodo, deve aprirsi una breccia.
La breccia nel muro che molti ragazzi hanno costruito tra sé e il mondo degli adulti.
Senza quella apertura, senza un primo spiraglio di fiducia, è molto difficile coinvolgerli davvero. Anche l’intervento più strutturato rischia di restare in superficie.
Quando invece quella breccia si apre, qualcosa cambia. I ragazzi iniziano a concedersi. Accettano la relazione, si mettono in gioco, permettono agli adulti di lavorare con loro. Ed è in quel momento che gli interventi educativi – anche i più semplici – iniziano a produrre risultati.
Questo spiega perché, negli stessi contesti, le esperienze possono funzionare in modo molto diverso. Nei gruppi di orientamento, dove le fragilità e le opposizioni sono spesso al massimo della loro espressione, proporre alcune attività può risultare molto difficile. Non perché siano sbagliate, ma perché la breccia non è ancora stata aperta.
In fondo questi ragazzi restano ragazzi. I loro bisogni non sono diversi da quelli di sempre: essere visti, riconosciuti, accompagnati. Cambiano piuttosto le modalità con cui questi bisogni emergono, spesso in forme più dure, più oppositive, più fragili.
Per questo gli adulti sono chiamati a ripensare non solo gli strumenti, ma anche i contesti.
L’organizzazione attuale del sistema carcerario minorile, con gruppi numerosi e istituti molto grandi, rende tutto più complesso. L’attenzione al singolo inevitabilmente si riduce, il contagio tra pari cresce e il sistema tende a privilegiare l’efficienza organizzativa più che la flessibilità educativa.
Il rischio, in queste condizioni, è che alcuni ragazzi diventino invisibili.
L’esperienza del gruppo avanzato dimostra invece quanto possa cambiare lo scenario quando il contesto si modifica. Un gruppo piccolo, dove è più facile conoscersi, condividere, costruire relazioni autentiche. Dove i ragazzi possono sentirsi davvero visti e gli adulti hanno le condizioni per accorgersi di loro.
Ed è proprio lì che la breccia si apre.
La cosa più interessante è che parliamo degli stessi ragazzi che arrivano dai gruppi di orientamento: gli stessi che in altri contesti esprimono opposizione, conflitto, comportamenti disfunzionali. Eppure, in uno spazio più contenuto e più relazionale, quegli stessi ragazzi trovano il modo di concedersi e di lavorare insieme agli adulti.
Forse allora la domanda non è se i ragazzi siano cambiati così tanto.
Forse la domanda è se i contesti che costruiamo permettono davvero di incontrarli.
Perché, alla fine, l’educazione comincia sempre nello stesso modo:
quando qualcuno riesce ad aprire una breccia e un ragazzo smette, anche solo per un momento, di difendersi dal mondo. Ci terrei a sottolineare quanto scritto, il vostro intervento è molto forte, strategico, efficace….e mi sono chiesta come mai esperienze simili nei gruppi di orientamento non avessero avuto la stesso impatto….la risposta che mi sono data è quella descritta su.
Non so se vi sono stata utile …comunque ho colto l’occasione per condividere con voi degli spunti di riflessione.