Author: Alessandra Parisi
Committee: National Institutions Committee
Date: 30/01/2026
Nei giorni scorsi l’Italia ha formalizzato la sua candidatura per la nuova Autorità doganale europea, indicando Roma come sede dell’EUCA e presentando il dossier alla Commissione europea a Bruxelles. La proposta italiana non è un gesto simbolico: si basa su un progetto considerato “solido e competitivo”, fondato sull’esperienza e sulle competenze maturate dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (ADM), riconosciuta tra le più avanzate in Europa sul fronte della digitalizzazione, dell’integrazione dei dati, della lotta alle frodi e dell’implementazione del Codice Doganale dell’Unione.
Per capire che cosa c’è dietro questa candidatura, bisogna guardare al ruolo che si vuole dare alla futura Autorità: non una mera scrivania amministrativa, ma un centro funzionale di coordinamento, analisi e armonizzazione delle procedure doganali a livello UE. L’EUCA, prevista dalla riforma doganale dell’Unione, sarà chiamata a gestire il Data Hub europeo delle dogane, a uniformare le procedure e a coordinare l’analisi dei rischi e le operazioni tra le amministrazioni degli Stati membri. Un salto di qualità che rispecchia la trasformazione digitale e istituzionale del sistema doganale europeo.
Dal punto di vista italiano, la candidatura di Roma non nasce dal nulla, è infatti sostenuta dal governo e si configura come una candidatura “di sistema”, che vuole coniugare esperienza tecnica e vocazione geopolitica: Roma viene presentata come città non solo simbolo storico, ma anche capace di ospitare una struttura europea moderna, con spazi adeguati e connettività internazionale.
Naturalmente, l’Italia non è sola in questa corsa. Sono arrivate candidature da diverse altre capitali e città europee, tra cui Liegi, Lilla, Malaga, L’Aia, Varsavia, Porto e Bucarest. In molte di queste proposte pesa l’offerta di infrastrutture già esistenti, la presenza di hub logistici o connessioni con altre istituzioni europee e internazionali.
La scelta della sede avverrà in un contesto in cui l’Unione sta ridefinendo anche i suoi strumenti di controllo sulle frontiere doganali e su aspetti come i dazi e l’importazione di merci di basso valore, temi che hanno acquisito peso politico e strategico dopo anni di trasformazioni nel commercio globale.
Per l’Italia, ottenere la sede dell’EUCA sarebbe più di una vittoria diplomatica: significherebbe posizionarsi al centro della governance europea delle dogane, un settore che tocca quotidianamente imprese, cittadini, catene di approvvigionamento e sicurezza economica. Sarebbe anche un riconoscimento delle competenze italiane nel campo della digitalizzazione fiscale e doganale, maturate proprio sul terreno operativo.
E questo, se si guarda alla recente storia delle candidature italiane per sedi di entità UE, rappresenta una sorta di rivincita: la capitale era infatti scesa in campo per ospitare l’Autorità antiriciclaggio dell’UE (AMLA), senza riuscire a spuntarla. Oggi, con un dossier strutturato e con il peso dell’esperienza tecnica dell’ADM, Roma si presenta con un profilo diverso e competitivo.
La decisione finale spetterà alla Commissione e, in una fase successiva, agli organi decisionali europei. Ma al di là dell’esito, questa candidatura racconta una cosa importante: l’Italia non si limita a partecipare alle riforme dell’Unione, ma prova a mettersi al centro della loro implementazione, e di farlo non per opportunità di prestigio, ma per contribuire concretamente alla governance di temi chiave come la modernizzazione doganale, la sicurezza degli scambi e la competitività del mercato unico.